Qualche tempo fa abbiamo partecipato ad una cena molto particolare, l’invito recitava così: “ Cena al buio – risveglia gli altri 4 sensi”. La cosa ci aveva intrigati sin dall’inizio, e così abbiamo deciso di partecipare; l’esperienza è stata emozionante ed interessante ed abbiamo deciso di scrivere questo articolo per condividerla con voi, e provare a suscitare il vostro interesse. Se vi venisse voglia di provare potremmo sempre organizzarne una con Manuale di Cucina e la nostra nuova amica Ada, che ora vi presenteremo.
“… siamo davanti a Burro e Sugo, il locale che ospiterà l’insolita cena; siamo leggermente in anticipo così aspettiamo fuori. La serata è fredda, l’inverno pare che quest’anno abbia avuto fretta di arrivare, mentre parliamo dell’evento a cui stiamo per partecipare iniziano ad arrivare gruppetti di persone. Sono le 20:30 circa quando Ada, l’organizzatrice dell’evento, ci saluta e ci presenta a grandi linee cosa ci aspetta e come si svolgeranno le ore che seguono. Ada è una ragazza non vedente dalla nascita, è lei che servirà ai tavoli. Ci esorta gentilmente a spegnere i cellulari ed a rimuovere qualunque possibile fonte di luce, perfino gli orologi con lancette fluorescenti, per evitare che si rovini l’effetto oscurità. La sala è organizzata a tavoli da sei persone, formiamo dei gruppetti … ed eccoci, pronti ad entrare nel buio. Ada ci chiede di disporci in fila indiana e di tenerci con un mano alla persona che ci precede, lei ci farà strada. Bizzarro potrebbe sembrare , eh? All’ingresso della sala ci sono due tende spesse disposte in sequenza in modo che, quando ne viene sollevata una, l’altra si richiude evitando alla luce di entrare nella stanza.
la metà maschile di Manuale di Cucina:
Supero la prima tenda, la luce diminuisce improvvisamente, e tutto diventa penombra, si solleva la seconda tenda e … dopo appena un passo, sono avvolto dal buio. Non si vede assolutamente nulla! Mi rincuora sapere che c’è Ada, almeno lei ‘ci vede’, io non saprei assolutamente dove andare! Sento il rumoreggiare delle altre persone già sedute ai tavoli; è assordante. A piccoli passi seguo il serpentone di persone del mio tavolo. Dopo un breve tragitto si ferma, siamo arrivati, ad una ad una le persone si sganciano dalla fila per sedersi. Ada ‘indica’ il mio posto, con le mani vado a tastoni alla ricerca della sedia. Sento il tavolo, credo di essere in corrispondenza dello spigolo, “ma dov’è la sedia!? Eppure dovrebbe essere qui!”. Eccola, la trovo e, quasi sollevato, mi siedo. Mi guardo intorno seguendo le voci che arrivano confuse da tutte le direzioni, ma la vista mi aiuta veramente poco. Credo che per queste tre ore dovrò affidarmi esclusivamente agli altri sensi! 4 sensi, recitava il volantino, ma credo di dovermi accontentare solo dei 3 funzionanti, il naso è fuori servizio … sono raffreddatissimo questa sera.
Con le mani perlustro il tavolo facendo attenzione a come mi muovo per evitare di combinare danni. Trovo le posate, i piatti, i bicchieri e le bottiglie. Lentamente si forma nella mi mente un’immagine di ciò che ho davanti, vedo la bottiglia svasata del vino, i bicchieri sagomati come quelli che avevo a casa dei miei genitori anni fa. Con i compagni di tavolo, ci aiutiamo condividendo le scoperte che ognuno di noi ha fatto mentre attendiamo che venga servito l’antipasto. Non sappiamo assolutamente quale sarà il menu della cena, Ada ci spiega che faremo un gioco: ad ogni portata, ogni tavolo dovrà cercare di indovinare gli ingredienti del piatto. “Ci sarà da ridere!” penso. Intanto cerco di versarmi un po’ d’acqua. Senza problemi trovo il bicchiere e la bottiglia dell’acqua. “Ok! Ci sono”, ho il bicchiere in una mano e la bottiglia nell’altra. Poggio il collo di questa sul bordo del bicchiere e poi la inclino un po’. Mi rallegro pensando: “è andata!”, poi all’improvviso un flash: “ed ora come faccio a sapere quando fermarmi!”. Inizio a ridere, condividendo la “drammatica” constatazione con gli altri che già avevano avuto lo stesso problema. Ognuno si era ingegnato a suo modo: chi aveva versato solo una goccia per stare tranquillo, chi aveva infilato il dito nel bicchiere per sentire il livello dell’acqua, chi invece non si era proprio posto il problema ed aveva trasformato il tavolo in un bel laghetto. Ada inizia a servire i piatti: passiamo da un antipasto di bruschette miste, ad un risotto alle zucchine per arrivare poi ad un involtino di manzo e fontina con contorno di patate al forno e concludere con una mousse al cioccolato. Dopo lo smarrimento iniziale, lo stato di indotta cecità non mi disturba più. Il cervello si è già abituato e tutto è tornato ad essere ‘normale’. Ho un’immagine mentale della stanza che si è formata ascoltando i rumori prodotti da Ada che si muoveva tra i tavoli. Ho un’immagine precisa del tavolo, ho toccato qualunque cosa. Ho un’idea dei piatti che ci vengono serviti grazie al palato. A dire il vero, forse è proprio il palato ad essere il ‘meno sveglio’ tra i sensi. Ad ogni portata, Ada ci interroga sugli ingredienti. Alcuni in sala sono colti da vere e proprie allucinazioni gustative: zucchine che diventano funghi, manzo scambiato per vitel tonné, vino rosso che si trasforma magicamente in bianco. E la domanda mi sorge spontanea, “ma mangiamo con la bocca o con gli occhi?”.
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la metà femminile di Manuale di Cucina:
Un brivido di ansia dovuto alla curiosità di sperimentare qualcosa di “diverso” e al contempo la paura di non essere all’altezza.. strano il concetto di non essere all’altezza, ma la sensazione è questa, come se all’improvviso, dopo il briefing ti rendi conto che in realtà forse è a te, in questo frangente, che manca qualcosa e che sono “loro” a partire avvantaggiati …. Entrati nella sala ci avvolge il buio, una sensazione strana, stridente, fatta dalla completa oscurità e al contempo dal rumore di sottofondo prodotto da chi si è già seduto… attorno a noi il velluto del nero della sala e voci alte, più alte del solito, voci che tradiscono un senso di imbarazzo o di disagio, voci di chi sta sperimentando assieme a te cosa vuol dire essere ciechi. Arriviamo al tavolo, guidati da Ada e ciascuno prende posizione di fronte alla propria sedia. Le mani si muovono nel buio, cercando una sorta di conforto dal contatto con il tavolino, la sedia, le stoviglie. Finalmente mi siedo e aspetto che le altre persone del mio gruppetto facciano lo stesso. Nel buio sporgo la mia mano al di là del tavolo, cerco la mano di mio marito e la stringo.. un’ancora..
Sento gli altri commensali ridere, parlare, cerco di abituarmi al buio e gradualmente l’oscurità si fa meno cupa.. non sono state accese luci, ma è come se i miei occhi si stessero abituando e sebbene tutto attorno a me sia nero, comincio a riconoscere dei vaghi contorni e non so bene se li stia immaginando o se siano reali.. improvvisamente realizzo quanto sono assetata e la prima piccola sfida della serata si presenta.. cerco l’acqua a tentoni sul tavolino, trovo una bottiglia. Ma mi rendo conto che non posso sapere se si tratta davvero di acqua. So che sul tavolo si trova anche il vino, ma non ho mezzi per capire cosa sia.. realizzo mentre sto scrivendo che avrei potuto utilizzare anche l’olfatto, ma in quel momento non ci ho pensato.. procedo a tentoni, trovo il bicchiere e verso il liquido. Lo faccio con accortezza e titubanza. Provo a non versarlo fuori e ci riesco, ma non so definire quanto ne abbia versato, sono solo concentrata sul non versarlo sul tavolino. Solo portandolo alla bocca mi rendo conto che è vino ed è solo provando a bere che realizzo che nel bicchiere ne ho versato pochissimo. Bevo, ma sono a stomaco vuoto, è necessario accompagnare il vino con il pane, lo cerco e lo trovo. Una piccola grande conquista. Ne prendo un pezzo, lo spezzetto e cerco la mano di mio marito dall’altra parte del tavolo, voglio condividere con lui questa piccola grande conquista appena realizzata. Vengo attratta da ciò che ho intorno e dal rumore e vociare che proviene dagli altri tavoli. Conosco il locale, ci sono già stata ma mi sorprendo a realizzare di come abbia perso la sua familiarità. Come è possibile? Nell’oscurità intravedo delle forme cui non riesco a dare un nome ed una collocazione. Sono curiosa di scoprire, quando si accenderanno le luci come Christian abbia organizzato la sala. Realizzo come a volte si possa dare per scontato di avere dei punti di riferimento che possono venirti a mancare senza preavviso. In quel momento entra Ada che comincia a parlare, ci porta i piatti e ci esorta a scoprire cosa stiamo mangiando. Prima di entrare non avrei messo in dubbio la mia possibilità di riconoscere “ad occhi chiusi” le pietanze e gli alimenti, ma poi all’atto pratico ho delle vere e proprie allucinazioni gustative; sono in grado di scambiare dei funghi porcini con delle zucchine solo perché nel piatto c’è del tartufo e nel mio immaginario i porcini sono facilmente abbinabili. Mi consola il fatto di non essere l’unica, qualcuno scambia un vino rosso con il bianco e una scaloppina di manzo con vitel tonnè..
La mente riesce a fare dei giochi incredibili, “completa” dove “manca”; “sostituisce” quando non “comprende”, “rassicura” creando punti di riferimento nuovi, quando quelli consueti vengono a mancare, sviluppa doti nuove per supportare quelle che mancano..
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Alla fine si accendono lentamente le luci e possiamo vedere ciò che fino a quel momento abbiamo solo ‘sentito’. Quella che si prova, è una sensazione molto particolare che volutamente non vi descriviamo, vi invitiamo a sperimentare voi stessi.
Un ringraziamento particolare va ad Ada che ci ha dato modo di provare questa bellissima esperienza facendoci ‘aprire gli occhi’ e vedere come anche le persone non vedenti (o cieche come preferisce dire lei) abbiano modo di vivere una vita assolutamente normale e gioiosa nonostante le difficoltà in più che evidentemente devono affrontare. Un grazie anche al nostro amico Christian che ha messo a disposizione il suo locale per una serata così particolare.
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